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 Giorno memoria: Una gita ad Auschwitz

Il giorno della memoriaQuesto è il resoconto di una gita molto particolare,una gita ad Auschwitz, luogo simbolo dell'orrore nazista che abbiamo visitato in occasione del 60° anno dalla sua liberazione.

27 Gennaio 2005, 60 anni dopo la liberazione degli Ebrei dai vari campi di sterminio, parto per visitare uno di questi luoghi, Auschwitz. La storia ci insegna tanto, ma, la maggior parte di ciò che impariamo tra i banchi di scuola, sui libri, non ci stimola ad apprendere, o a capire davvero. Forse, solo con esperienze come questa, ci si riesce a fare un’idea di cosa è accaduto davvero. Dopo un lungo viaggio in treno con altri studenti italiani finalmente arriviamo a Cracovia e il giorno dopo inizia la nostra visita ai due lager, Auschwitz e Auschwitz 2, più comunemente chiamato Birkenau. A dire la verità, non sapevo bene come affrontare questa esperienza, mi sono domandata tante volte come sarebbe stato trovarmi lì, dove era successa una delle più grandi d’istruzioni di massa ma non avevo una risposta, che non fosse ovviamente scontata. Una volta arrivata davanti al cancello d’entrata ho provato una sensazione strana, soprattutto dopo la traduzione da parte della nostra guida della frase che sovrastava l’entrata: Arbeit macht frei, cioè "il lavoro rende liberi", frase che si commenta da sola. Dei due capi che abbiamo visitato durante la giornata mi è rimasto molto, da entrambi, anche se Auschwitz, a dire la verità, non mi dà l’idea del campo di concentramento, ma più di museo, infatti, all’interno dei vari block sono contenute foto, capelli, sette tonnellate per la precisione, protesi, effetti personali dei deportati e oggetti comuni che potevano venire utilizzati. Vedere tutte queste cose, mi ha fatto pensare molto, dietro quel vetro c’erano pezzi di storia, cose vere, non parole scritte su un libro o appunti di professori che cercano di farti imparare qualcosa per forza. Camminare lungo i sentieri di Auschwitz, dove centinaia di milioni di persone sono morte, essere lì, non mi sembrava vero e forse solo una volta tornata a casa, raccontando la mia esperienza ho realizzato veramente. Nel primo campo abbiamo visitato il museo, le prigioni, che mi hanno impressionato veramente tanto, soprattutto per la crudeltà di coloro che le hanno progettate. Dopo di che abbiamo visto le camere a gas e i crematori, effettivamente, mi sono fermata un attimo, davanti a quei forni e, se devo dire la verità non ho ascoltato le parole della guida, per un momento mi sono isolata, pur restando in mezzo a tutti fisicamente ed ho pensato, ho pensato che non mi sono mai immaginata così quel luogo, e mi ha stupito, per la perfezione con cui era stato progettato e studiato, di modo che chi introduceva gli ebrei dentro al forno, non dovesse neanche toccarli, c’erano dei veri e propri "binari" che introducevano l’entrata nel forno, allora mi sono domandata per la prima volta, come delle persone, pazze o normali che siano, possano architettare cose simili, mi domando come faccia ad esistere una simile crudeltà. Il pomeriggio, è stato dedicato alla visita di Birkenau che però dà tutt’altro effetto. Se ad Auschwitz mi hanno impressionato i musei, i forni, le prigioni, a Birkenau sono rimasta, se si può dire, scioccata dalla vastità di questo campo, entrando non si vedeva la fine, le baracche erano tante ma in questa distesa di neve bianca sembrava di poterle contare sulle dita di una mano, era impressionante. La cosa che mi ha toccato di più a Birkenau è stata una riflessione che ho fatto con una mia compagna di classe, c’era un fosso davanti a noi, una cosa normale, se non fosse stato per una foto che c’era di fianco, una foto che rappresentava un gruppo di ebrei mentre stavano scavando quel fosso. A quel punto, riguardandolo, mi sono venuti i brividi.Eppure era sempre lo stesso fosso, coperto di neve, ma ora, avevo realizzato, che non era solo quello, lì tutto è storia. In quei campi, sono morti 2.500.000 Ebrei, sono state torturate centinaia di persone, derise, umiliate e uccise in modi brutali, 500.000 sono morti di fame, ed io ero lì. Una volta uscita dal campo, tornando in hotel, più d'una volta ho parlato con una mia amica, chiedendoci a vicenda se veramente ci rendevamo conto di dove eravamo state. Diciamo che la parte più pesante, più toccante, della gita era finita in certo senso, ma dentro di noi era appena iniziata, io, ma penso tutti, anche solo un momento, ci siamo fermati a pensare a quello che avevamo visto. Alla fine della gita, durante il viaggio di ritorno in treno, un ex deportato bresciano, è stato intervistato da alcuni ragazzi di 5gs, era la prima volta che parlava cosi apertamente di quell’esperienza, e rivedendola in un filmato mi ha commosso. Una volta arrivata a casa, mi sono resa conto di dover raccontare a chiunque quest’esperienza, e forse di aver realizzato davvero troppo tardi. Sabato scorso, è venuta una televisione locale per una specie di intervista fatta da studenti che non hanno partecipato al viaggio, e in quell'occasione ci hanno anche mostrato le immagini e le riprese fatte in quei luoghi quando eravamo tutti là. Tra le varie domande, ce n’è stata una, che diceva più o meno cosi: "Si può perdonare?" Ci sono state alcune risposte positive e alcune negative, beh, io credo che non si possa perdonare, credo che sia superficiale. Quando sei lì, quando vedi quei forni, quelle prigioni, quei resti, quando vedi una persona che piange, a distanza di 60 anni, mentre ti racconta la sua esperienza in quei luoghi, no, credo di non riuscire proprio a farlo, e credo di non essere neanche autorizzata nel poterlo fare. Se c’è qualcuno che deve perdonare, non siamo noi, noi abbiamo il compito di portare avanti queste testimonianze, siamo l’ultima generazione che può ancora parlare con persone che queste cose le hanno vissute sulla loro pelle, e siamo noi che non dobbiamo permettere che la loro sofferenza non sia servita a nulla, ma non possiamo domandarci se è giusto o no perdonare, dovremmo domandarlo a chi c’è stato 60 anni fa, che ha lavorato, ha visto amici, parenti, figli morire, che ha sofferto, loro, i protagonisti sopravvissuti a questa tragedia sono gli unici che hanno il diritto di decidere se è giusto o meno perdonare. Rivedere quei filmati comunque mi ha fatto una certa impressione, mi hanno fatto emozionare e piangere, credo che questa esperienza ci abbia cambiati un po’ tutti, o almeno ci abbia fatto tornare diversi con qualcosa in più dentro. C’è una canzone di Guccini0 che hanno cantato per noi i Modena City Ramblers durante il concerto a Cracovia, intitolata Auschwitz, che ad un certo punto dice alcune frasi molto belle e significative:

"Io chiedo come può l’uomo uccidere un suo fratello, eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare, me il vento si poserà."




 
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