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Provincia di Modena - Progetto TED N° 19 - Marzo 2007

Umano... troppo umano...

Marco Andreotti (Liceo San Carlo)

Un Treno per Auschwitz, 30 gennaio 2007

Molto probabilmente quasi nessuno fra coloro che oggi si recano in visita ad Auschwitz-Birkenau, o in qualunque altro campo di sterminio nazista, vi arriva in una condizione di estraneità storica alla Shoah. Tutti conoscono la storia, tutti hanno letto libri o visto film, tutti hanno ascoltato testimonianze.

Andare ad Auschwitz significa dunque recarsi fisicamente nel luogo dello sterminio e ricevere da questa esperienza un’impressione decisamente più forte e travolgente di quella che può derivare dalla lettura di qualunque libro.

Tuttavia Auschwitz non è un luogo “a portata d’uomo” , pur essendo stato reso possibile da uomini. È l’effetto causato da una folle volontà di sterminio che ha avuto seguito nell’immanenza della storia, dunque è un fatto “umano”, anche se “disumano”. È qualcosa che dobbiamo conoscere – tutti dobbiamo sapere e testimoniare – ma che non possiamo comprendere del tutto, né forse dobbiamo comprendere, come spiega Primo Levi, dal momento che “comprendere” (anche etimologicamente) significherebbe “contenere in sé stessi”, quindi anche “identificarsi” con i carnefici.

Quando ho visitato i campi di Auschwitz e Birkenau , ho avuto l’impressione di trovarmi all’interno di qualcosa troppo grande per me, troppo grande per qualsiasi uomo. Nel momento del primo impatto sono stato pervaso da un sentimento di profonda angoscia: avevo come la sensazione di essere all’interno dell’idea assoluta di Male piombata sulla terra. Mi rendo conto, però, che provavo dolore non per degli individui e la perdita dell’unicità di ognuno di loro preso singolarmente, ma per un gruppo di uomini, donne e bambini talmente grande da risultare informe, senza un volto, o meglio senza i volti.

Carlo Lucarelli dice che dieci persone uccise sono una tragedia, cento una strage, mille una catastrofe, ma un milione diventano una statistica, ovvero qualcosa di incomprensibile, senza più un’identità, proprio secondo l’intenzione dei nazisti.

Per questa ragione, ha spiegato Lucarelli, quando andiamo ad Auschwitz, dobbiamo cercare di focalizzare il nostro sguardo su un particolare che susciti in noi una specifica emozione e ci coinvolga nella dimensione umana della drammaticità della Shoah, quella del dolore e dell’annientamento dei singoli individui.

Se spostiamo la nostra attenzione su un individuo , uno dei tanti volti immortalati nelle fotografie ad Auschwitz I, e su la tragicità della sua scomparsa, cominciamo ad interessarci a lui, a tentare di conoscerlo e, allo stesso tempo, ci commuoviamo in modo forse più autentico, più “a portata d’uomo”.

Diversamente da Birkenau , che mi ha provocato un sentimento di angoscia fortissima, sia perché è evidente che lì nulla è cambiato e tutto è stato mantenuto com’era al momento della liberazione, sia perché si avverte la sensazione di essere nel luogo dello sterminio efficacemente portato a termine e della cancellazione umana perfettamente riuscita, il campo di Auschwitz I con le sue baracche in muratura restaurate sembra quasi un museo.

Esposti vi sono oggetti e cimeli terribili , come ammassi di scarpe, giocattoli, occhiali, vestiti, tonnellate di capelli umani. Come dice Primo Levi, tutto questo è uno spettacolo miserando, «ma pur sempre qualcosa di statico, riordinato, manomesso», quindi in qualche modo mediato.

Ciò che mi ha atterrito maggiormente , infatti, sono state le fotografie dei prigionieri, i volti delle vittime, volti con la morte negli occhi, per lo più rassegnati, volti che raramente guardano fissi chi passa loro accanto, ma soprattutto volti uno diverso dall’altro, di individui unici ed irrepetibili.

Vedere queste facce è stato un po’ come entrare nella mia “stanza 101” , direbbe Gorge Orwell, l’autore di “1984” citato da Lucarelli, ovvero individuare il “punto di rottura” di massimo coinvolgimento emotivo all’interno dell’esperienza di visita ai campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

Di tante persone qui scomparse non è rimasto che una scarpa, un paio di occhiali o una fotografia. Di tanti bambini morti in questo luogo non ci resta che qualche vestitino.

Quando si vedono ammassati in questo modo tanti oggetti di vita quotidiana, oggetti che sono parte della vita di una persona, si arriva a pensare che forse si dovrebbe ricordare in tutti i particolari ogni singolo oggetto, per rendere giustizia alla memoria di individui così follemente eliminati dal mondo.

Questo, però, non sarebbe possibile, anche se mai va dimenticata l’identità personale tolta alle vittime della Shoah, ridotte a numeri, a non-uomini, perché proprio questo voleva fare la ferocia sterminatrice razzista: ucciderli senza lasciare le tracce della loro umanità e di tutto ciò che li rendeva uomini e cittadini non diversi dagli altri.


Fotografia realizzata da Mario Agati

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