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Provincia di Modena - Progetto TED N° 36 - Aprile 2009

Una tavola rotonda sul treno - Parte III

Elena Ferrari

Il prof. Albarani continua a stimolare il dibattito, e ad un certo punto ci chiede cosa sono state per noi le 22 ore di treno.

Elisa, ripete con aria assorta le domande: - Che significato possono avere? Perché la scelta di un lungo, lento, quasi obsoleto treno?

E poi sottopone inconsciamente il treno ad un processo di personificazione comincia a parlare di “lui”…

…perché Lui è uno degli ingredienti principali di questa esperienza. Perché Lui è uno dei protagonisti più importanti di questi cinque giorni: la sua lentezza, il suo perpetuo dondolio, i suoi rumori cadenzati che scandiscono le ventidue ore di viaggio sono in netto contrasto con la vita di tutti i giorni che ci costringe ad inseguire il tempo con ritmi sfrenati, in mezzo ad un chiasso assordante che ci opprime... Come insettini in un operoso – ma spesso inconsapevole - formicaio. Per una volta invece non abbiamo fretta. E ciò permette al pensiero di fluire rispettoso. E alle parole, di trovare una voce meno precaria. Nell'attesa di crescere ora dopo ora. Siamo abituati ad avere tutto e subito, ma qui la decompressione fra i tempi di desiderio e consumo ci tiene lontani dalla meta ancora un po'. E le ore che avanzano sono ore solo per noi. Auschwitz non è immediatamente consumabile. Auschwitz è come un abbondante pranzo di natale: ci vuole poco a usufruirne ma tanto a digerirlo. E in questa fase tutto il corpo e tutte le energie sono volte a sintetizzare e rielaborare quei nutrienti che ci sosterranno per lungo, lungo tempo.

Elisa, a questo punto, si abbandona alla narrazione…

… così la domanda di tutti noi, appena seduti sul seggiolini, dopo aver salutato i genitori e sistemato le valigie, è stata: - Bene, e ora cosa facciamo? E dopo qualche ora è cominciata la litania dei "siamo arrivati?”, “Ma quanto manca?". Eravamo ansiosi di giungere a destinazione. Paradossalmente e impazientemente desideravamo scendere da quel treno, e vedere ciò per cui eravamo partiti. Volevamo vedere subito tutto quello che i ragazzi degli altri anni avevano raccontato, e fotografato e filmato. Volevamo essere subito anche noi testimoni e portavoci di quell'esperienza. Ma le venti e oltre ore del treno hanno, seppur contro le nostre resistenze, tenuto a freno i nostri desideri, permettendoci di non bruciarli subito. E così per ventidue ore abbiamo parlato delle nostre aspettative, le abbiamo arricchite, ascoltandoci tra noi, e leggendo altre testimonianze. Le abbiamo interpretate nel vagone ristorante con gli scrittori - Bajiani e Luccarelli - che ci hanno accompagnato, condividendo le attese che ci portavamo sotto la beretta e i giacconi da neve. E già attrezzati con gli scarponi indosso e la macchina fotografica a portata di mano. Quasi temendo di trovarci improvvisamente di fronte ai campi impreparati, abbiamo atteso l'ultima decisiva fermata. Cracovia.

L'attesa cresceva minuto dopo minuto e persino la prima notte ci è risultata fastidiosa, nell'elegante e accogliente camera dell'albergo. Finalmente la sveglia, ore 6 e 30. La colazione veloce, gli zaini pesanti, la sciarpa, i guanti, i moonboot, i giacconi a vento, la telecamera, gli insegnati, le guide, i pullman, noi ragazzi, assessori, musicisti, scrittori, il gelo… tutto ciò impregnato nell'attesa. Quest'attesa che una volta sfamata, lascia quasi l'amaro in bocca. Ciò che abbiamo provato davanti all'ingresso di Birkenau, è stato così potente quanto la speranza di viverlo. Se non avessimo desiderato così tanto l'arrivo, forse non ci saremmo emozionati fino a questo punto...

È proprio vero che quanto più aspetti una cosa, tanto più sai apprezzarla. La nostra società, dovrebbe tornare alla lentezza tipiche del treno. Per aiutare i giovani a riflettere sul propri desideri, donandogli il tempo per aspettarli e infine gustarli poco alla volta.

... Il nostro desiderio di arrivare, non si è ancora esaurito del tutto. Birkenau è stata la prima tappa verso un altro lento viaggio, quello di una storia in cui noi siamo i protagonisti del riscatto dall'odio e dalla violenza della guerra. Il desiderio che ardentemente ci consumava nel vedere i risultati del male di Auschwitz, era il desiderio di comprendere e spaventarci per i limiti della storia, e da lì, dal rifiuto di tali orrori, proporre dei nuovi orizzonti di umanità e rispetto alla vita e all'uomo. E anche in questo nuovo viaggio, bisogna essere pazienti e aspettare con umiltà, perché i desideri più veri e alti, si realizzano con tanto tempo e cura. A noi continuare a passare il testimone, senza fretta ma con decisione, e rinnovata fiducia nell'uomo…

A questo punto il Prof. Albarani ci sollecita ad un ultimo scambio di battute, fra le quali ci piace annotare soprattutto i vibranti ricordi di Silvia Mantovani che ci racconta di come Paolo Nori, di solito così timido ed introverso, nel viaggio di ritorno abbia parlato per 15 ore di fila: “aveva un sacco di cose da dire, aveva voglia di vita, aveva l’urgenza di fare, di condividere…” E di come anche Bajani e Lucarelli le abbiano più volte confessato che da questo viaggio fatto in qualche modo per commemorare e ricordare la morte, si torni pieni di vita e di rinnovata voglia di progettare e creare. Le stesse sensazioni, vibrazioni, emozioni provate da Dan Rapoport. Lui che non aveva mai trovato il coraggio per andare in Polonia dove aveva perso un pezzo della sua famiglia, lui, di consueto così schivo e riservato e freddo, si è inebriato del calore di questo viaggio, di questi ragazzi. Ed è tornato carico di un sacco di vita, di voglia di fare progetti… “Voglio tornare con voi anche il prossimo anno” ha detto “E poi ha aggiunto: voi, questo treno, dovreste chiamarlo un treno per la vita.”

Ed è con questa felice immagine che ci piace concludere questa parziale trascrizione, che forse non vi ha raccontato tutto quello che volevate sapere, ma che speriamo abbia suscitato in voi interesse, coinvolgimento e chissà, magari anche un po’ di commozione… È con la testimonianza di un passato riportato alla luce attraverso cui crediamo di poter affermare che l’esperienza sia tale da rischiarare non solo i luoghi della storia, ma anche quelli dell’anima.

Infine vorremmo porgere (non di rito, ma di cuore!) i nostri più autentici ringraziamenti a tutti coloro che permettono ogni anno a centinaia di ragazzi di avere l’opportunità di cambiare, almeno in parte, la loro vita.

…Arrivederci, alla prossima partenza!


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